3 regole per fare colpo sul nostro capo

E’ diffusa l’usanza di darsi nuovi obbiettivi e nuovi progetti con l’arrivo del nuovo anno. Molti di questi obbiettivi, tuttavia, vengono dimenticati oppure non saranno mai raggiunti per svariati motivi.

Un errore abbastanza diffuso è quello di darsene troppi, disperdendo le energie che rimangono dopo aver gestito il day by day che immancabilmente proverà a farci fallire nel nostro proposito.

 

Sia che si abbia già pensato a questi obiettivi, sia che si sia alla ricerca di alcuni di essi, o semplicemente che vi faccia piacere ricevere uno spunto, l’invito è a riflettere su quanto dei nostri futuri obiettivi passino attraverso un buon rapporto con il nostro capo.

Ecco quindi tre regole che, se rispettate, ci potranno favorire data la forte influenza che “il boss” esercita sul successo di ognuno di noi.

Regola #1:

Parlare di problemi solo per proporre soluzioni

Sembra facile ma ci caschiamo molto, troppo spesso. Solo pensando al fatto che le sue responsabilità sono formalmente più ampie delle nostre, il nostro capo non impazzirà mai dalla gioia di ricevere nuovi problemi proprio da noi che siamo i suoi collaboratori. Anzi, in qualità di “capo” si aspetterà da noi azioni pensate per ridurre i problemi, non per aumentarli o depositarli sulla sua scrivania. E non ci aiuterà di certo dirci in segreto “si, però anche lui….” oppure “in questa organizzazione non si meritano…..”.

Dobbiamo comprendere che se smettiamo di fare risalire problemi nella nostra gerarchia non lo stiamo facendo solo per gli altri, lo stiamo facendo per noi, sia in ottica di carriera se è questo quel che ci interessa, che in ottica di miglioramento della nostra vita quotidiana.

Il problema va presentato e reso noto, questo sì, ma solo come premessa affinché il nostro capo possa comprendere il motivo della nostra proposta di soluzione e possa, nel caso fosse necessario, decidere con facilità di supportarci e finanziarci la risoluzione.

E se il capo non volesse aiutarci? e se al capo non interessasse il problema? e se addirittura ci sembri che il capo possa avercela con noi?

Anche in questi casi, forse ancor di più, il suggerimento rimane comunque valido. Tanto cosa abbiamo da perderci? nella peggiore delle ipotesi non accadrà nulla al pari di non averci nemmeno provato, ma in altri casi la probabilità di ricevere un ok a procedere sarà più alta.

Ai capi piace poter parlare di problemi risolti. Diamo al nostro capo questa possibilità. Se costruiremo un buon rapporto basato sui successi e sulla positività, quando lui crescerà con lui cresceremo anche noi. Se invece è un capo con cui non abbiamo un buon rapporto, facciamolo crescere lo stesso, anche se non ci porterà con lui. Che sia la volta buona per allontanarlo da noi?



Regola #2:

Far accadere ciò che chiede.

Che questo dipenda o no da quello che gli stavamo proponendo, abituiamoci a far accadere ciò che ci chiede o che gli proponiamo. Una delle maggiori frustrazioni dei nostri capi è quella di chiedere delle cose per poi osservare, ahimè, che non accadono.

A volte non accadono per semplice pigrizia, oppure perché subentrano ostacoli imprevisti, o ancora non ci è stata data visibilità sull’obiettivo di quello che il capo chiede.

Se ci chiedono semplicemente di fare una cosa, è bene che ci preoccupiamo di capire quale sia il “fine ultimo”. Facciamo domande intelligenti e dimostriamo che ci interessa far accadere ciò che il capo si aspetta.

Qualsiasi deviazione da ciò che sarebbe dovuto accadere andrà affrontata con la nostra discrezionalità e autonomia.

Se non conosciamo il “fine ultimo” come potremo mai far andare le cose nel verso giusto? Non potremo, e finiremo col dire “questo è ciò che mi ha chiesto e questo ho fatto” spegnendo in noi l’appagamento di aver fatto una cosa nel modo giusto, e lasciando al nostro capo un’attività che come minimo andrà corretta se non rifatta da zero.

Tutto questo non aiuterà noi e tanto meno il nostro capo.

Regola #3:

non fare i ruffiani.

Non so se arrivando fin qui ci sia già passato per la testa che questi consigli possano essere utili a voi o ai vostri amici e se valga la pena divulgare queste regole.

Alcuni potrebbero pensare, ne sono certo, che è un modo per essere ruffiani. Non lo è in quanto non stiamo agendo a parole ma stiamo agendo con fatti. I ruffiani spesso non vengono allontanati dai capi, forse perché ne appagano ll’autostima, ma di sicuro non sono le persone che i capi vorrebbero avere al loro fianco durante un naufragio o qualora dovesse divampare un incendio. Ai capi piacciono le informazioni di prima mano, siano esse positive o negative, solo che in quest’ultimo caso deve esserci attaccata una proposta di soluzione. E oltre a questo piacciono le azioni risolutive.

Se non spegneremo nel nostro capo la speranza di poter affrontare le situazioni negative con i suoi collaboratori, non si spegnerà la opportunità di fare ogni giorno un lavoro appagante, un lavoro diverso, che ci tenga vivi e che allarghi le nostre prospettive per il futuro.

E se arrivati fin qui siamo ancora convinti che non valga la pena provarci? Proviamoci comunque.

Di sicuro stando fermi a lamentarci non accadrà nulla di positivo, e se ci proveremo cosa volete che ci possa accadere?

In fin dei conti, per dirla alla Sam Walton, “Esiste un solo capo, è il cliente, ed egli può licenziare tutti semplicemente decidendo di spendere i suoi soldi da qualche altra parte”, e a quel capo, aggiungo io, i problemi irrisolti non piacciono proprio per nulla.








One Response to “3 regole per fare colpo sul nostro capo”

  1. Johna dicembre 21, 2014 at 1:30 pm #

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